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11 | 09
Dolf Schnebli, 1928-2009
Flora Ruchat Roncati

Caustico, ironico, provocatore ma affettuoso amico.
Dotato di un’intelligenza profondamente umana amava la vita e il suo lavoro.
Privo di mistificazione sulle doti innate, era convinto che – architetto non si nasce, si diventa. E questo significava per lui coltivare e nutrire giorno dopo giorno quella passione ostinata e quasi infantile invece radicata nel più profondo del „gioco dei volumi sotto la luce“. Passione che lo accompagnava in tutto il suo essere a più livelli: Dal viaggiare, vedere imparare e commentare ciò che aveva davanti agli occhi, leggere e vedere, immaginare nella lettura delle piante gli spazi archeologici consumati dal tempo, quelli solo descritti dalla ampia letteratura di cui si nutriva con avidità, che Omero cieco diceva gli aveva insegnato più del Pausania.
Dall’insegnare e attraverso l’insegnamento, avaro quasi per modestia e citazioni culturali, ma ricco di esperienze e aneddoti personali, trasmettere ai suoi studenti la stessa passione, chiave prioritaria del necessario processo di apprendimento, infondere coraggio e qualche certezza. – Si dovrebbe consegnare il diploma subito, all’atto dell’iscrizione, così solo quelli che restano sono i soli veri interessati – Modo anomalo ma tutto suo di mettere in crisi il valore dell’istituzione, ma non la volontà latente dei giovani, volontà e interessi che spremeva come limone e trasformava in gioia, impegno, avventura. Si dava a loro con semplicità e generosità, senza limiti di tempo nè di luogo.
Non per niente proprio da Schnebli sono uscite molte delle figure emergenti dell’architettura svizzera contemporanea.
Insegnamento e pratica non intese come entità separate ma concepite e vissute con partecipazione equivalente, come una dualità nell’unità, due parti assolutamente complementari e inscindibili, in una sorta di osmosi da cui trarre la linfa di nutrimento reciproco.
Così del suo progettare e nel contempo gestire il processo fino al suo compimento attraverso le rituali visite di cantiere, sebbene non più contrattualmente richieste, ma dagli addetti ugualmente apprezzate, garantivano a Dölf un ruolo simile al direttore d’orchestra-, che gestiva da esperto mediatore tra la soluzione concettuale da difendere, e il saggio compromesso da concordare, in una rete sempre più complessa di componenti interdisciplinari, di deleghe, di esigenze della committenza non sempre illuminata, di subordinazioni alle normative non sempre giustificate, di contenimento dei costi non sempre evidente.
Entriamo con discrezione in quello che fu il suo pensatoio ma anche la sua palestra, nel senso che questa fu per gli atleti greci, nel suo spazio di lavoro, una stanza di soli 18 mq. Sottratta ai quasi 1000 mq dell’intera fucina.
Niente lascia sospettare della centralità del luogo, del suo carisma.
Quasi nascosta la porta, l’unica dell’intero ufficio, salvo quelle dei gabinetti, è aperta e solo l’apparente disordine che si intravvede appena, non lasciano sospettare della particolarità dell’utente, dell’energia che ancora in sua assenza sprigiona: La tavola da disegno su supporto a tre piedi, inclinato è dotato di complicatissimo, pesante e macchinoso tecnigrafo, lasciato in eredità dal suo primo datore di lavoro, Otti Glaus, con il quale, di ritorno dagli USA, condivise il progetto dell’aeroporto di Agno.
Impiego che segnò l’inizio del suo insediamento in Ticino protratto per più di 15 anni senza „ticinesizzarsi“.
Per i colleghi poco più giovani che lo vedevano con simpatia, un po’ di invidia e anche con un certo sospetto restava „l’americano“ che costruiva nel far west tutto un campus universitario con un collega – sempre vestito di bianco – chiamato Anselevicchius, a Napoli la scuola Svizzera a Locarno il nuovo ginnasio.
Intorno a lui si muoveva un misto di culture, una Babele di lingue.
Ma quando in visita a Campione a una sua casa in costruzione, le volte a botte che già in parte la coprivano rivelarono un riferimento forte e condiviso: Schnebli divenne „il Dölf“ e fu subito dei nostri, da lui si poteva imparare.
Su quello che fu da sempre il suo tavolo non c’è Laptop, non c’è schermo, ma bicchieri pieni di matite colorate, portacenere e un rotolo di carta gialla, della riserva riportata da New York all’epoca della costruzione della Swiss-re.
Se si tende l’orecchio si sente il leggero scorrere del fixpencil sul lucido steso, si vede la mano dalle dita lunghe e sottili accompagnare il tratto, si sente la sua voce porre la domanda che si sa, non esige risposta, parlare delle proporzioni che va ricercando sull’ultima pianta dell’ultimo progetto, come fosse il primo, nell’altra mano il righello ne controlla le dimensioni. È però al modello di studio che verifica riflette in silenzio sui rapporti tra i pieni e i vuoti dello spazio esterno, tra la preesistenza in gesso e il nuovo in plastilina, volumi abbozzati che riplasma, solleva e riposa, quasi allo stesso posto ma non proprio, un cenno di soddisfazione si sa, non definitiva.
Passa ai tavoli del corridoio.
Li sono i collaboratori che aspettano il suo aiuto, come a scuola, gli sottopongono i disegni da computer, freschi di stampa, e la battuta si ripete – già così preciso, siamo sicuri?- Ed ha inizio un sottile martirio che i giovani incassano con benevolenza e di sicuro riconoscenza, oggi rimpianto.
Così il rito della „recherche patiente“ si è ripetuto costante e ostinato giorno dopo giorno, dalle sette e mezzo di mattino alle sei di sera, interrotto dalle frequenti telefonate, dal Cervelat con la mela a mezzogiorno, alternato da discussioni più accese, e impegnative con chi di turno al tavolo lungo, dall’ultimo reperimento d’antiquariato sul Milizia, al libro che sta leggendo a quello che sta scrivendo, alla cena della sera prima con Bob Rauschenberg alla Krone.
Dölf mondano, Dölf ascetico, e ancora da non dimenticare il Dölf visionario.
1987 attraverso un mandato di studio gli viene richiesto come subordinare la nuova sede del TA al meglio (ossia urbanisticamente e economicamente) all’interno delle rigorose condizioni dei regolamenti edilizi. La risposta è eloquente, quanto inattesa: nell’anonimo contesto della Werdplatz una torre di 27 piani, memore alla lontana della „Velasca“, restituisce l’ordine urbano, ne legittima lo spazio pubblico. Il lavoro fu consegnato e subito pagato. Ma nè dal committente, tantomeno dai funzionari non ci fu alcun riscontro. Il commento non si fece però attendere. Venne, „rosso e blu“, sofisticato e provocatorio dallo stesso Dölf.
Dal podio della sala strapiena del Weisser Wind l’architetto espone la sua teoria sulla rinascita della città: all’imperativo „Zurigo è costruita“ dichiarata dal nuovo piano di zona lancia il contrappello: rivitalizziamo la città, alla faccia della nuova parola d’ordine – blocco edilizio – contrapponiamo – intensificare/sopraelevare! 4-5 piani blu costruiti sopra i 6 rossi occupati da banche e Holdings a costo terreno zero, già ammortizzato dallo zoccolo potente, riportiamo al centro gli abitanti, a loro regaliamo spazio urbano, giardini pensili e cielo. Un nuovo modo di organizzare l’edilizia sociale rimasta per ora ancora utopia.

Dolf Schnebli è morto, non le sue idee. Lo ringraziamo per tutto il vasto patrimonio costruito e non, ma sopratutto per la speranza, la fiducia, il coraggio che ci ha lasciato.

Aus der Ausgabe 11-2009

 


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