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| 12 | 05 |
| Facciata e Rappresentazione Luigi Trentin FACCIATA E RAPPRESENTAZIONE.
Osservazioni sull’architettura di Livio Vacchini. L’edificio della “Ferriera” di Locarno è uno degli ultimi progetti portati a termine da Livio Vacchini. Si tratta di un blocco urbano: lo spazio della città, che fluisce lungo il perimetro, attraversa l’edificio con una galleria a tutta altezza. Il blocco della “Ferriera” è uno degli ultimi tasselli che completano la trama regolare del cosiddetto “piano Rusca”, il piano di espansione Ottocentesco della città di Locarno. La volumetria dell’edificio e la sua collocazione rispetto alla maglia urbana trovano corrispondenza nel disegno generale di questa parte di città. Tutte le facciate si trovano così rivolte verso lo spazio pubblico della strada. Il concetto generale su cui è costruita questa architettura è estremamente chiaro: un edificio di un unico piano, collocato a livello della città, sopra cui si trova un grande tetto, alto 19 metri, che finisce naturalmente con il contenere tutti gli altri piani abitabili. Dal punto di vista strutturale, il concetto attraverso cui viene costruita la “Ferriera” è diametralmente opposto alla pratica corrente del costruire. In questo caso, la struttura è completamente estroflessa, viene portata all’esterno rispetto all’involucro; quest’ultimo, a sua volta, si trova così collocato completamente all’interno del limite della facciata. La struttura è un’unica grande trave metallica, posata su otto grandi pilastri in cemento armato, disposti lungo il perimetro del piano terreno e, rigorosamente, nessuno di essi in posizione d’angolo. La soluzione costruttiva della struttura metallica è basata sulla ricerca di un nuovo tipo di profilo, non standard, in cui l’anima degli elementi è disposta diagonalmente rispetto alle ali e, di conseguenza, discontinua. Questa soluzione permette alla luce di penetrare nello spessore della struttura di facciata. L’inversione tra involucro e sistema strutturale è il risultato di un discorso teorico che Vacchini ha lentamente costruito attraverso i suoi edifici. Nel caso della Ferriera, il sistema strutturale si identifica con la facciata. Questo significa che la facciata stessa non viene definita dall’elaborazione di un determinato linguaggio formale arbitrario, ma risulta come rappresentazione della realtà costruttiva dell’architettura. La posizione di Vacchini è antitetica, rispetto alla pratica corrente del progetto architettonico. La ricerca di leggerezza porta alla costruzione di involucri che si comportano come spazio disponibile per operazioni grafiche e linguistiche; l’architettura di Vacchini è, al contrario, pesante, grave. La forma è il risultato di un processo, e ogni progetto rappresenta un ulteriore capitolo di un discorso unitario. La sala polivalente di Losone, risultato di un concorso del 1990 e terminata nel 1997, è un edificio ad aula, uno spazio completamente libero definito soltanto dalla copertura e dalle pareti perimetrali. La parete perimetrale è costituita da una sequenza estremamente ravvicinata di elementi verticali in calcestruzzo armato, disposti in maniera tale da funzionare, staticamente, come un muro continuo che regge la grande copertura a cassettoni in calcestruzzo. La scelta costruttiva operata da Vacchini è ancora una volta antitetica, rispetto agli orientamenti correnti, e apparentemente paradossale. Il calcestruzzo non viene sfruttato per la sua potenzialità di ottenere grandi luci libere, ma, al contrario, si cerca di avvicinare gli appoggi verticali fino al punto in cui, il modello costruttivo sia quello del muro. Alla grande campitura trasparente continua che sarebbe risultata dalla scelta apparentemente più ovvia, quella della grande luce strutturale, si sostituisce un raffinato e complesso gioco tra pieno e vuoto, tra opaco e trasparente, che è il risultato della ripetizione degli elementi strutturali. Anche qui, costruzione e facciata coincidono: gli elementi costruttivi sono portati all’esterno, mentre le superfici vetrate sono collocate a filo interno dei pilastri. Come nel tempio classico, la funzione strutturale e l’elemento linguistico coincidono: la colonna è la rappresentazione della realtà tettonica dell’edificio. Come nell’esempio più remoto dell’arte del costruire, il dolmen megalitico, l’edificio non è altro che pietra su pietra. Quello che è straordinario è l’effetto di trasparenza e opacità che viene ottenuto lavorando secondo quello che ho definito come un paradosso, e cioè il rifiuto della possibilità di limitare, grazie al materiale, il numero di elementi portanti verticali. La ricchezza e la mutevolezza di questo edificio viene rivelata dalle diverse condizioni della luce, dalla diversa percezione che se ne ha di giorno rispetto alla notte, quando la grande sala interna è illuminata artificialmente. Soltanto trovandosi all’interno del grande spazio unico si capisce a fondo la ricchezza di questa soluzione costruttiva apparentemente semplice e la sua calcolata ambiguità di significato. Ecco che la sequenza ravvicinata di elementi verticali ci appare come un muro continuo in calcestruzzo, reso appena più percepibile dalla luce radente, se guardiamo la parete accidentalmente. Quando ci disponiamo frontalmente, la luce esterna sembra corrodere la materia degli elementi strutturali e realizza così il massimo della trasparenza. L’effetto viene esaltato dal peso, visivo non meno che materiale, della copertura: questa sembra formare un tutto con il solido muro perimetrale, grande pietra monolitica posata su pietra verticale. Subito dopo, cambiando punto di osservazione, sembra volare, sospesa sul nulla di una parete trasparente alla luce. Qui il tema della facciata diventa centrale. L’edificio sorge in una posizione tale da essere la presenza principale della piazza Grande, luogo dove si tiene anche il Festival del Cinema. I due fronti principali dell’edificio sono quello rivolto direttamente verso Piazza Grande e quello disposto ortogonalmente a questo, verso via della Posta. La lettura della diversa gerarchia dei due spazi pubblici ha portato Vacchini a costruire il progetto su la compresenza di due temi apparentemente opposti: la sostanziale identità dei fronti del volume superiore, grande oggetto monolitico non orientato in quanto edificio pubblico e la variazione del livello della piazza, che si apre con un portico verso la via della Posta e che, al contrario sull’altro lato, prosegue la sequenza di piani senza portico del fronte di Piazza Grande. Questa “compresenza di opposti” porta anche alla scelta di “tagliare” i pilastri dei piani superiori, che così non poggiano direttamente terra, ma il cui carico strutturale viene raccolto dai tre grandi pilastri lungo via della Posta. L’edificio è un volume astratto, in cui la facciata diviene una superficie che non lascia intravedere nulla di quanto avviene all’interno. Il gioco di riflessi, trasparenze, luci e ombre è determinato dai materiali scelti: fasce di vetro a specchio alternate a lastre di pietra di rivestimento. L’effetto di astrazione viene amplificato dal ritmo dei pilastri superiori, che animano le facciate perimetrali, ma che non trovano corrispondenza, sul lato principale, con il portico a piano terra. In questo modo la facciata acquista profondità: lo spazio tra il filo esterno dei pilastri e il limite della facciata diventa una estensione dello spazio pubblico, come osserva lo stesso Vacchi, riflettendo su questo tema: “E’ lo spazio tra la finestra – il privato – e la piazza – lo spazio pubblico – che conta. La facciata è uno spazio che appartiene alla città, prima che all’edificio”. 1 Il tema della facciata si pone in maniera diretta nell’opera di Vacchini nel 1973, quando progetta con Alberto Tibiletti il centro amministrativo e commerciale Macconi a Lugano. La collocazione dell’edificio, che occupa una particella di isolato, sviluppandosi in profondità e presentando sulla strada soltanto il lato più corto, ne fa un tema tipicamente urbano. Il problema diventa quello di disegnare una facciata. La riposta di Vacchini è quella della ricerca di una regola, la stessa che poi diventerà la base su cui si costruiscono tutti i progetti successivi. Ogni edificio poggia sul terreno, si innalza e trova una sua conclusione. Si tratta di una rilettura del codice classico che vede la tripartizione dell’edificio in basamento, piano nobile e copertura. Aus der Ausgabe 12-2005 |

