Ascona, concorso per un "Centro turistico culturale" Paolo FumagalliSebbene snaturata dal turismo nelle sue parti storiche, in equilibrio incerto tra kitsch e boutique e facciate spesso malamente rifatte, Ascona è ancora oggi un villaggio dal sapore antico, chiuso tra stretti vicoli e affacciato sul magnifico golfo del lago, anteprima ai paesaggi che più a sud si accostano al Mediterraneo. Malgrado le sue contraddizioni, la parte più antica del borgo si caratterizza nell’unità volumetrica degli edifici, con i campanili delle chiese che svettano sopra i tetti delle case. Alle spalle del centro storico – i cui confini sono marcati dal complesso monumentale del Collegio Papio – la sostanza urbana si banalizza, pur all’interno di una struttura geometrica, e importanti vuoti dovuti a recenti demolizioni e sostituzioni caratterizzano proprio la strada di confine con il centro storico, Viale Papio. È proprio su questa strada che il Comune vuole costruire il “Centro turistico culturale”, oggetto di un concorso internazionale di architettura su prequalifica in 2 fasi. Il Comune vuole giustamente segnare e caratterizzare con un elemento architettonico eccezionale una parte del villaggio priva di qualifiche, dentro un tessuto lacerato, creare un edificio con funzioni pubbliche ben precise: un auditorio e sala spettacoli per circa 800 posti, degli spazi per esposizioni temporanee e permanenti, locali per riunioni, per l’Ente Turistico Lago Maggiore e gli uffici della polizia comunale. Due i terreni disponibili, l’uno di fronte all’altro separati da Viale Papio: il primo dentro l’area storica, posto di fronte al Collegio Papio, il secondo già nel tessuto retrostante, un vuoto urbano con un parking pubblico sotterraneo.
Il centro come palazzo La Giuria – tra i cui membri si contano gli architetti Aldo Rampazzi (sindaco di Ascona), John Pawson, Roger Diener, Peter Zumthor, Attilio Panzeri – ha privilegiato sostanzialmente i due progetti che hanno concentrato tutti i contenuti funzionali in un unico edificio, posto sopra il parcheggio ad occupare interamente il vuoto oggi esistente. L’edificio unico è una scelta radicale pagata con un volume imponente, la cui massa architettonica emerge sopra il villaggio, vero e proprio “palazzo” di oltre 8 piani, ma una scelta anche coraggiosa dei progettisti e della Giuria che li ha scelti. Una soluzione che può dar fastidio per le dimensioni, ben maggiori di quelle degli (scadenti) edifici circostanti e di quelle più lontane degli edifici antichi, ma che propone soluzioni chiare e precise. Primo, lascia intatti gli spazi della parte storica, ne apre anzi la vista, con l’architettura del Collegio Papio a svolgere il ruolo di cerniera tra nuovo e antico. Secondo, a fronte di questo vuoto, sull’altro lato della strada l’eccezione dell’architettura segna l’eccezione del ruolo pubblico del Centro culturale. Terzo, porre dentro un solo edificio tutti i contenuti costituisce una valida premessa per reciproche dinamiche funzionali e spazi interni di valore.
Caruso St John und Peter Märkli I due progetti che propongono questa soluzione sono degli architetti Caruso e St John e dell’architetto Peter Märkli. I primi, risultati vincitori del concorso, pongono correttamente l’atrio d’ingresso al piano terreno in diretto contatto spaziale con il primo piano, dove sono disposti gli spazi espositivi. Ai livelli superiori si sviluppa l’auditorio con le scale, rampe, atri, platea e balconate. Ai pregi di questa suddivisione funzionale interna e ai conseguenti vuoti spaziali, il progetto ha anche interessanti soluzioni per la difficile elaborazione delle grandi masse esterne. Sono infatti composte con un raffinato disegno, dove ai piani inferiori il volume dalla pianta rettangolare forma uno zoccolo che riprende la quota e la scala degli edifici esistenti e si inserisce nella maglia urbana, mentre ai piani superiori, fino su in alto, i fronti si piegano, si incavano, si rastremano, un’articolazione volumetrica che nelle parole della Giuria “… rappresenta una figura retorica di matrice barocca che impreziosisce l’architettura”. Non solo, ma queste scelte formali tese a risolvere i rapporti tra volume e contesto hanno interessanti rimandi anche all’interno, dove le flessioni delle pareti di facciata generano movimenti spaziali alle superfici comuni attorno alla sala dell’auditorio. Il progetto di Peter Märkli è simile nell’impostazione, ma con due sostanziali differenze rispetto al progetto vincitore: primo, gli spazi espositivi sono ubicati all’ultimo piano in alto, lontano quindi dall’entrata, ciò che sembra meno coinvolgente nell’uso quotidiano dell’edificio. Secondo, Märkli come è nella sua natura è radicale nel proporre un edificio dalla geometria elementare, un secco parallelepipedo senza alcuna mediazione, e il cui volume complessivo ha un importante ed eccessivo impatto nel contesto.
Spazi pubblici e passaggi Tutti gli altri concorrenti, come detto, propongono di collocare una parte dei contenuti funzionali sul terreno del parking e una parte sul terreno posto verso il centro antico. Zaha Hadid, il cui progetto insieme a quello di Caruso-St John e Märkli è stato scelto per la seconda fase del concorso, fedele al suo linguaggio espressivo cavalca forme libere, disegnate con maestria. Ma la proposta è deludente, indifferente al contesto, e il collegamento aereo sopra la strada – anche se interessante negli spazi espositivi all’ultimo piano che si dilatano in entrambi i volumi – è una soluzione che si può definire grottesca in questo luogo. Il progetto redatto da Luigi Snozzi con Mario Ferrari e Michele Gaggetta ha invece il merito di costituire la soluzione più chiara tra quelle che costruiscono su entrambi i terreni. Non solo nel proporre volumi differenziati nella loro espressione a marcare luoghi e funzioni differenti, ma soprattutto nel disegnare uno spazio pubblico a livello della strada, una piazza che coinvolge anche la strada: insomma, anziché il pieno del costruito del progetto vincitore qui è il vuoto a costituire il punto focale e il centro del quartiere. Una soluzione che purtroppo non è stata scelta per la seconda fase, e il cui sviluppo avrebbe potuto costituire una valida – e opposta – soluzione al progetto preferito dalla Giuria. Ad ognuno degli altri progetti in gara, una breve riflessione. Quello di Mansilla e Tuñón suddivide il programma funzionale in singoli edifici per disegnare gli interstizi spaziali, ma soffre nei rapporti tra spazi pubblici e spazi privati, tra volumi esistenti e nuove architetture. Rafael Moneo disegna con la consueta abilità due edifici diversi nella forma e nei materiali per giungere ad una soluzione complessiva difficile da interpretare nella sua eterogeneità di volumi e di moduli differenti. Anche il progetto di Mario Botta si basa su due differenti edifici di un’identica matrice espressiva e di materiali, e l’interesse per il suo progetto nasce proprio da questa dualità, con l’edificio maggiore a pianta rettangolare, quello minore a pianta ellittica, e una soluzione originale con una sola entrata e un passaggio sotto la strada a collegare i due contenuti funzionali: un’idea che viene pagata con una certa macchinosità dei percorsi e con le facciate cieche a livello stradale del volume ellittico dell’auditorio. Kazuyo Sejima capovolge le scelte degli altri concorrenti con la proposta del volume principale sul terreno nella parte storica, con gli spazi espositivi completamente sotterranei, e due edifici di modesta volumetria sul terreno del parking, con un grande vuoto a marcare una piazza quasi dal sapore metafisico, quasi un quadro di De Chirico.
Aus der Ausgabe 05-2006 |