Livio Vacchini 1933 - 2007 Paolo FumagalliNato nel 1933 a Locarno, diplomatosi nel 1958 al Politecnico a Zurigo, attivo nel Ticino sin dal 1961, Livio Vacchini è morto il 2 aprile 2007 all'ospedale di Basilea. Con lui scompare uno dei maggiori protagonisti dell'architettura svizzera di questi ultimi 50 anni. Protagonista non perchè autore di opere che si fissano nella memoria per l'originalità di forme e facciate, ma al contrario in quanto maestro di qualcosa che oggi nel mondo dell'architettura è sempre più raro: il progetto fondato sulla regola. Vale a dire la ricerca, dentro i meandri della composizione, di quei principi capaci di governarne l'intero processo, e di coinvolgere quindi dentro logiche precise non solo il disegno delle forme e degli spazi, ma anche i molteplici temi che per funzione, tecnica, gestione, clima, costruzione, illuminazione, materiali, finiture, arredo rientrano nel progetto. E di ricondurre ogni cosa dentro un solo e logico volume architettonico, i cui pieni e vuoti e prospetti sono tracciati secondo geometrie precise. E il cui risultato ultimo, la sintesi finale dell'intero processo è la semplicità.
La ricerca di queste regole ha portato Vacchini ad approfondire anno dopo anno, e non poteva essere altrimenti, quando e come i diversi elementi che interagiscono nel progetto hanno avuto origine, i loro fondamenti teorici o costruttivi, quali ne sono le parti costituenti e come nel tempo si sono sviluppati. In altre parole, nel cercare la regola Vacchini ha anche trovato un altro strumento compositivo, la storia. La storia in quanto cultura architettonica e costruttiva, accumulazione di ricerche, sedimentazione di conoscenze, dentro la quale quegli elementi che trovano posto nel progetto hanno una precisa definizione formale. Ecco, l'obiettivo di Vacchini è stato proprio questo: risolvere le molteplici istanze, esigenze, funzioni, estetiche, aspirazioni del progetto contemporaneo con la storia e le leggi che da sempre governano la composizione. E ne risolvere le prime utilizzando le seconde è stato capace di disegnare un'architettura attuale e innovativa e coraggiosa nelle sue forme, di risolvere le complessità funzionali e di integrare le mille esigenze tecnologiche richieste in un edificio. E di mettere insieme tra loro spazi interni anche banali, di restituire anzi dignità a quest'ultimi. La storia insomma non per copiare delle forme né per imitare l'antico, ma come strumento culturale e del mestiere per raggiungere un risultato semplice, logico, chiaro, un linguaggio da tutti comprensibile che articola in modo quasi elementare muri e pilastri e travi e pieni e vuoti.
Ma l'architettura di Vacchini, proprio perchè scaturisce da un progetto condotto in modo rigoroso, pur nella sua semplicità è architettura colta, attenta alle proporzioni e alle regole compositive, dove ogni passo e ogni scelta persegue la stessa e coerente logica. È lui stesso, in un commento scritto a proposito della Neue Nationalgalerie a Berlino di Mies van der Rohe, a rincorrere in definitiva i temi che gli sono propri: "... il a éclairci les nécessaires relations entre architecture, ingénierie, production standardisée et il a renouvelé le rapport che notre travail doit entretenir avec l'histoire."[1] Notre travail: il racconto delle opere che ha realizzato è in questo senso esemplare. Di edificio in edificio quello stesso elemento, quella determinata parte della costruzione - sia essa un pilastro o una trave - è ripresa e ridisegnata e ri-analizzata alla ricerca del suo significato costruttivo e formale, dell'esatta proporzione, del giusto rapporto con l'insieme, e la cui soluzione non è affidata all'emozione o all'invenzione del momento, ma fondata sulla ragione e motivata dalla storia. Basta scorrere i suoi progetti per ripercorrere i temi che più lo hanno interessato. Il tema del rapporto tra la maglia strutturale e la forma dell'edificio è ad esempio perseguito lungo tutto l'arco della sua carriera, dal progetto della Scuola media di Losone (1971, con Aurelio Galfetti) alla Scuola elementare di Montagnola (1984), dalla Palestra di Losone (1990-1997) alla nuova ala della maternità dell'Ospedale a Basilea (1998, con Silvia Gmür), fino allo stabile per uffici "Ferriera" a Locarno (2003), quando con un ultimo colpo di coda ha fatto coincidere tra loro struttura e sistema portante e forma architettonica nell'acciaio dipinto di nero delle quattro identiche facciate. Lo stesso tema del rapporto tra forma e struttura è stato anche svolto nell'indagare il sistema portante a grande campata e la genesi dello spazio, o se si vuole del sistema a trilite: come nel piccolo edificio del suo studio a Locarno (1985) o negli spogliatoi del Lido di Ascona (1986) o nella casa unifamiliare a Contra (1992). E come si fa a non ricordare il tema del pilastro, del suo significato quale componente del sistema portante e del suo ruolo nella forma architettonica? Qui il pilastro diviene addirittura il soggetto del progetto, emerge come materia espressiva nella Scuola di architettura a Nancy (1995) o come elemento su cui equivocare tra pieno e vuoto, tra materia e cielo nell'edificio della Posta a Locarno (1985), o viene declinato in modo quasi ossessivo nella Palestra di Losone.
E non è possibile concludere questo breve testo a ricordo di Livio Vacchini senza soffermarsi su quest'ultimo suo edificio, la Palestra di Losone. Forse il suo capolavoro. Un prato, una superficie orizzontale, un vuoto geografico: e al suo centro un parallelepipedo. Leggermente rastremato verso l'alto e il cui perimetro si rivela composto di una fitta serie di massicci pilastri separati tra loro da una striscia in vetro. Nient'altro. Edificio, o scultura, o architettura misteriosa. Senza un ingresso, senza una porta d'entrata. Qui a Losone, Vacchini è riuscito a realizzare una forma pura, un'utopia concreta. Forma geometrica essenziale, impenetrabile dall'esterno, accessibile solo dalle viscere della terra. Come la sfera immaginata nel 1784 da Boullée nel progetto per il Cenotafio di Newton.
Aus der Ausgabe 06-2007 |